LETTERA DEI VESCOVI ITALIANI
A TUTTI I LAICI CRISTIANI – IN VISTA DEL QUARTO CONVEGNO ECCLESIALE – CHE SI E TENUTO A VERONA NELL’OTTOBRE 2006.
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IDENTITÀ DEL LAICO “CRISTIANO”
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(Questo opuscolo raccoglie alcuni brani di una importante lettera rivolta ai cristiani “laici” invitandoli a riflettere e a prendere coscienza della loro vocazione e missione nel tempo in cui viviamo. È stata pubblicata alla fine di maggio 2005 e porta la data del 27.03.2005, solennità della Santa Pasqua).
1. Siamo di fronte ad eventi e fenomeni inquietanti e spettacolari. Siamo all’alba non solo di un nuovo secolo, ma anche di una nuova società, di un nuovo modo di pensare, di giudicare, di organizzare l’esistenza.
La tecnologia e la scienza stanno ridisegnando i confini della convivenza umana in un crogiolo di culture, aprendo scenari, finora, impensabili e frontiere sconosciute al nostro rapporto con il corpo, con gli altri e con il mondo. Tale problematicità rende nuovo il tempo che viviamo e ci mette d’avanti a sfide in gran parte inedite: di carattere culturale, educativo e morale, spirituale, di fronte alle quali nessuno può restare indifferente, meno di tutti il laico cristiano.
2. Il cristiano non si sottrae alle sfide, ma il suo sguardo è sempre proteso “verso nuovi cieli e una terra nuova” (1 Pt. 3,13).
Oggi più che mai si richiede uno sforzo per riconoscere e promuovere tutto ciò che c’è di positivo in mezzo alle ambiguità del mondo; c’è bisogno di uno sguardo lungimirante che va oltre il risultato immediato; un maggior impegno per lasciarsi permeare dalla forza del Vangelo per essere in grado, alla luce della fede, di leggere il disegno di Dia nella storia che viviamo con rinnovato slancio missionario consapevole e responsabile.
Nessuno dispone di ricette magiche; ma nella misura in cui Cristo abita in noi saremo in grado di offrire a chi vive accanto a noi dalle risposte alle istanze più profonde sul senso della vita e della morte, sul bene e sul male, sulla salvezza e sulla rovina eterna.
3. Mobilitazione corale dei laici cristiani.
Il Signore chiama ognuno di noi per nome. Dobbiamo superare una certa “timidezza”, ognuno è chiamato a fare la sua parte, senza sottrarsi, sarebbe un rinunciatario. C’è posto per tutti nella vigna del Signore. La diversità dei doni, delle qualità riguarda le forme delle risposta, le modalità del servizio, non è in discussione l’universalità della chiamata.
Nel mistero della comunione ecclesiale dobbiamo ricercare la coralità di una risposta armonica e differenziata alla chiamata e alla missione che il Signore affida a ogni membro della Chiesa.
Il momento attuale richiede cristiani missionari, non abitudinari.
4. La “COMUNIONE”: caratteristica inconfondibile e indispensabile del cristiano.
Il volto di Dio che Gesù ci ha rivelato: Dio è comunione Trinitaria. La chiesa è chiesa di Cristo se riflette questa dinamica di “comunione”, unità nella diversità. È questo il segno di riconoscimento: “da questo vi riconosceranno come miei discepoli, se vi amate gli uni gli altri”.
L’Eucarestia è sorgente di comunione, ci fa diventare in Cristo un solo corpo e un solo spirito. Assimilato a Cristo nell’Eucarestia il fedele laico si fa carico degli altri ai quali è mandato con animo apostolico per essere testimone di speranza aperto alla condivisione e pronto a rendere ragione di Cristo, speranza della gloria” (Col. L,27).
La grazia dell’Eucarestia rende la comunione divina e umana.
Così scriveva Giovanni Paolo II: “ai germi della disgregazione tra gli uomini, che l’esperienza quotidiana mostra tanto radicati nella umanità a causa del peccato, si contrappone la grazia generatrice di unità del Corpo di Cristo. L’Eucarestia costruendo la Chiesa, proprio per questo, crea comunità fra gli uomini.
Se comprenderanno la bellezza e la grandezza della forza rigeneratrice dell’Eucarestia e della Comunione che da essa promana, cresceranno insieme nello spirito di servizio, nel senso del debito che spinge a ridonare ciò che si è avuto, nell’apprezzamento riguardoso del dono altrui.
Solo così siamo portatori di un peculiare dono di Dio.
5. Il laico cristiano è partecipe e responsabile della vita e missione della Chiesa.
La Chiesa è la patria di ogni cristiano e perciò deve sentirsi partecipe delle gioie e prove della chiesa stessa, nutrendo per la chiesa una profonda devozione filiale.
“Non può aver Dio per Padre, chi non ha la chiesa per Madre”.
Il fedele laico non può chiudersi in se stesso, isolandosi spiritualmente della comunità; fruitore passivo dei servizi religiosi, riducendo la chiesa ad una agenzia di cerimonie religiose.
Il vero fedele deve vivere in continuo scambio con gli altri, non perché congeniali, ma perché discepoli dello stesso Signore, con un vivo senso di fraternità, nella gioia di una uguale dignità e nell’impegno di far fruttificare insieme l’immenso tesoro della fede ricevuta in eredità.
Lo Spirito del Signore dona ad ognuno molteplici carismi e li invita a differenti ministeri e incarichi; e ci ricorda che tutto ciò che ci distingue non è un di più di dignità, ma una speciale e complementare abilitazione al servizio.
Così i doni e i servizi del fedele laico esistono nella comunione e per la comunione. Sono ricchezze complementari a favore di tutti, sotto la saggia guida dei pastori.
6. Dove sta il segreto della fecondità apostolica e missionaria del cristiano?
Per essere “sale della terra” e “luce del mondo”, per vivere una comunione sincera vero segno di novità e di sequela di Cristo è necessaria una continua immersione nel pensiero, nella preghiera, nella vita di Cristo. Solo Lui comunica la sua Persona, il suo piano, il suo mistero, il suo progetto, “aprendo i nostri occhi”, rendendoci capaci di riconoscerlo, di farlo abitare nei nostri cuori e di correre a rivelarlo ai fratelli.
È necessario che Gesù Cristo diventi, per chi si chiama cristiano, “la chiave, il centro, il fine” la fonte da cui promana tutta la grazia e tutta la vita”, “la gioia di ogni cuore, la pienezza di ogni aspirazione”.
Bisogna che Gesù Cristo diventi “tutto” per la nostra vita, pena veder crollare tutto.
Gesù Cristo è la grande sorpresa di Dio, Colui che è all’origine della nostra fede, ci ha insegnato con l’esempio come camminare, ci ha rivelato il volto del Padre, ci ha donato lo Spirito Santo per renderci partecipi della vita divina.
È per tutti la chiamata la chiamata alla misura alta della vita cristiana, che è la santità; cioè la conformità dell’essere e dell’operare a Cristo nella ferialità della vita quotidiana.
Ciò richiede vigilanza, preghiera, ascolto assiduo della Parola di Dio.
Se davvero desideriamo che Gesù resti con noi e non si faccia sera nella nostra vita, è necessario che il Vangelo plasmi costantemente il nostro pensiero, l’Eucarestia diventi il nutrimento indispensabile del nostro cammino, i sacramenti, incentrati nell’Eucarestia, costituiscano l’ossatura della nostra esistenza.
L’Eucarestia in particolare, fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione, impegna i fedeli laici, alla testimonianza evangelica, ad essere capaci di vigilanza profetica e costruttori della civiltà dell’amore.
7. “Rifare il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali”.
Il Laico cristiano è chiamato a vivere coscientemente e responsabilmente il senso della parrocchia e il senso della Diocesi, non sottraendosi mai a tale appartenenza, come famiglia delle famiglie, aperta indistintamente a tutti coloro che cercano verità, autenticità, amore disinteressato, fede sincera.
Anche quando un laico è portato lontano dalla sua Chiesa locale, non verrà mai meno la sua propensione a considerare la propria diocesi e la propria parrocchia come famiglia ecclesiale attraverso cui egli entra nel circuito della Chiesa universale. E tale appartenenza reclamerà sempre il suo contributo personale, quale fratello corresponsabile con gli altri membri di famiglia.
8. Il ciarlatano è sterile. Solo chi vive di Dio, chi ha accolto Gesù vivo nella sua vita è in grado di comunicarlo.
I discepoli di Emmaus solo dopo che ebbero sperimentato che Gesù era effettivamente reale, ritrovarono il senso della loro vocazione e l’entusiasmo e la gioia di comunicarlo.
Vocazione e missione consistono nell’attestare agli altri, in modo appassionato e contagioso, “ciò che è accaduto lungo la via” e che è stato decisivo per loro stessi. Il riconoscimento di Gesù risorto avviene nella memoria della sua vicenda alla luce delle scritture e nella condivisione del Pane spezzato.
Il laico cristiano è chiamato a trasfigurare l’intera esistenza umana, in tutte le sue dimensioni di vita; personale, familiare, sociale; nelle molteplici esperienze esistenziali quali l’amore, il dolore, la gioia, il divertimento, la malattia, il lavoro, la cultura, la politica.
La sequela di Gesù e la vita del mondo, per il laico cristiano, non sono due strade separate – l’una sacra e l’altra profana – da percorrere in parallelo, come esperienze autosufficienti e impermeabili. Sono invece l’espressione di una medesima chiamata alla santità, in cui ogni momento collegato agli altri, consente la circolazione benefica di un unico flusso d’amore, di grazia e di missione. Lo Spirito Santo è il protagonista di tutto: non è concepibile uno spazio ecclesiale da vivere sotto la guida dei pastori e uno spazio “mondano” dove si è soli con la propria autodeterminazione. In realtà la fedeltà a Cristo e alla Chiesa continua là dove si vive immersi nel mondo e nella relativa autonomia dei suoi ambiti. È proprio del laico cristiano raccordare sapientemente il suo essere e servire nella Chiesa, con il compito di animare cristianamente la realtà del mondo, tutto rientra sotto la luce dello Spirito.
Spetta al laico saper declinare nelle “situazioni secolari” l’annuncio cristiano. Spetta a lui trovare le parole per comunicare, in modo vero ed efficace, l’Unica Parola che salva, per portare l’annuncio della misericordia e del perdono nella città degli uomini, imparare ad ascoltare le culture in cui è immerso, a metterle in crisi, a rianimarle alla luce del Vangelo.
In questo modo il laico cristiano contribuisce ad incarnare, nella storia e nel tessuto della vita umana, la missione della Chiesa, come “sacramento universale di salvezza”.
Ogni laico cristiano è chiamato ad operare concretamente nella realtà umana guidato dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mosso dalla carità cristiana. Ciò richiede un vero e proprio discernimento evangelico, che sappia fare sintesi tra il dono della fede e le risorse dell’intelligenza, che aiuti ad individuare e suggerire linee di priorità per far crescere un nuovo progetto di vita cristiana, in cui fede cultura tornino a darsi la mano, a concorrere efficacemente per far crescere un nuovo modello di vita ispirato ai più alti valori umani e cristiani.
9. Il settore a cui prestare attenzione e che necessita di essere urgentemente e primariamente “evangelizzato” è il settore delle “RELAZIONI”.
La relazione trova nel mistero della comunione trinitaria la sua radice, la sua forma, la sua fonte. L’incontro con il mistero della comunione che c’è tra le tre divine Persone, da una parte ci rivela il senso unitario della vita e ci riscatta dal peccato, dall’altra fonda l’intera rete di relazioni che segnano la vita di ognuno di noi.
La relazione con Dio è il fondamento originario e il modello liberante d’ogni relazione umana – dalla relazione con noi stessi, a quella con gli altri fratelli e sorelle e con la natura -, conferendole un senso pieno e un valore autentico.
Dobbiamo, pertanto, ritrovare il senso ultimo del nostro incontro con Dio in Cristo nel cuore stesso d’ogni apertura relazionale, a cominciare da quella relazione riflessiva, dell’io con se stesso, dalla quale dipende la nostra identità personale, per arrivare alla relazione con gli altri nella fraternità universale e a quella col creato affidato alle nostre mani.
Nel ritorno al più profondo del nostro io, possiamo trovare colui che “è più interiore a me di me stesso”.
Non possiamo incontrare Dio senza rientrare in noi stessi, senza riconoscere la nostra fragilità e confessare il nostro peccato e senza scendere ai risvolti più reconditi del nostro essere, dove nascono i pensieri e le decisioni e da dove scaturiscono gli orientamenti di vita.
Qui si va a toccare il rapporto che abbiamo con la coscienza e le scelte da essa scaturiscono; con il corpo e la salute; la sessualità e gli affetti; l’intelligenza e la volontà; la fragilità somatica e la profondità spirituale.
Come non accorgersi quanto sia ardua una sintesi armonica fra questi ambiti?
Il valore del corpo è spesso assimilato a quello di un puro strumento gratificante, da idolatrare o mortificare a seconda delle circostanze. La sessualità rischia di essere misconosciuta nella sua profondità antropologica, che ne fa il linguaggio dell’amore umano, attraverso il quale il dialogo fra l’uomo e la donna può diventare dono integrale di sé, mistero di comunione e di vita, e, - nella responsabilità liberamente assunta in un patto sponsale – indissolubile fondamento della cellula familiare.
Affettività e genialità, invece, appaiono oggi sempre più come esperienze ludiche e incontrollabili, da consumarsi in modo spensierato nel circuito insindacabile e spontaneo degli affetti privati, con la conseguenza della fragilità e della precarietà dei legami affettivi coniugali e familiari.
Al contrario, all’esercizio “freddo” della razionalità e dell’intelligenza sono riservati gli spazi delle relazioni sociali “anonime”, entro le quali farsi largo con la logica utilitaristica del calcolo e della competizione.
La possibilità di incontrare il Signore della vita, nel cuore della più profonda interiorità in cui io incontro me stesso, distingue la fede da qualsiasi evasione alienante e ne fa uno straordinario “valore aggiunto” recato dal cristianesimo, nel segno di un’autentica integrità antropologica.
10. Relazione con gli altri.
Per il cristiano ogni relazione umana va rapportata a Dio.
Il Padre di tutti non può essere estraneo ad ogni relazione dell’io con l’altro.
La relazione uomo-donna, ad esempio, alla quale il Creatore ha impresso lineamenti originari “divini”, è banalizzata o distorta da concezioni e prassi odierne ampiamente divulgate.
Lo stesso accade per le relazioni con il prossimo e con lo straniero; con chi incontro occasionalmente e con coloro con i quali condivido una storia.
La differenza fra l’io e l’altra persona è caratterizzata da una molteplicità d’atteggiamenti: l’egoismo la trasforma in distanza indifferente o, peggio, in fonte di contrasto e ostilità insuperabile; la giustizia cerca di presidiarne in modo imparziale i confini, stendendovi una rete di diritti e di doveri; l’amore invita ad oltrepassarla, in nome di una generosa gratuità ablativa.
La fede in Gesù Cristo non può lasciarci indifferenti rispetto a questi diversi modi di vivere la relazione, né può mai rassegnarsi a chiusure settarie o ad aperture strumentali. In Lui scopriamo la radice ultima della nostra comune umanità, che ci fa vedere in ogni persona nostro fratello.
In una convivenza umana, ferita dal peccato personale e mortificata da vere e proprie strutture di peccato, il cristiano deve alimentare la profezia evangelica di una civiltà fraterna.
11. Fede e scienza.
Il mistero di Dio non teme la ricerca dell’uomo, quando essa è veramente libera e genuina, e non esige mai di mortificarla o di bloccarla: al contrario la orienta e la arricchisce, dilatando continuamente i suoi confini troppo angusti.
“La fede e la ragione sono come due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”.
“Il cristianesimo è grazia, è la sorpresa di un Dio che, non pago di creare il mondo e l’uomo, si è messo al passo con la sua creatura, e dopo aver parlato a più riprese e in diversi modi per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del suo Figlio” (Ebr. 1,1-2).
Questa sorpresa di Dio è affidata a voi laici cristiani che sperimentate ogni giorno il miracolo della vita e la fragilità dell’esistere, la gioia degli affetti e la fatica del lavoro, la sete di felicità e lo scandalo del male, perché sappiate condividerla con gli altri con la testimonianza di un nuovo stile di vita, segnato dalla conversione dell’intelligenza e degli affetti, in cui l’intera rete delle relazioni con se stesso, con gli altri e con il creato sia abitata dal soffio dello Spirito. Ma per fare ciò bisogna ovviamente pregare, riflettere, estrarre dal nostro tesoro “cose nuove e cose antiche” (Mat. 13,52): essere cioè veri cristiani.
Il mondo e la Chiesa hanno bisogno, di cristiani autentici, che sappiano essere “testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”.
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Roma 27 marzo 2005 Pasqua di resurrezione (Lettera dei Vescovi Italiani ai cattolici italiani) |